Scrivere non fa per me, me lo ha detto l’osteopata. Non solo questo, a dire il vero!

Non posso svolgere tutte quelle attività che richiedono l’assunzione della postura seduta. Non posso neanche volgere lo sguardo in basso a causa del quale il mio collo sarebbe costretto ad assumere un angolazione dannosa per l’equilibrio della mia colonna vertebrale.

Questo significa che non posso stare ore alla tastiera del pc, non posso stare rilassatamente seduta a leggere, guardare la tv, giocare a carte, non posso cucire, fare la maglia. Se sbuccio le patate, meglio lo faccia in piedi.

Il consiglio dell’osteopata è intervallare il mio breve stare seduta con brevi esercizi di stretching per il resto privilegiare le camminate e la vita dinamica.

Mentre mi parlava stava agendo sul mio corpo disteso sul lettino, di nascosto ho sbirciato il suo volto concentrato e competente, lievemente curvo su di me, nonostante il lettino regolabile, che con pressioni studiate, manovre delicate, ricordava dolcemente ai miei muscoli di liberare i vari segmenti ossei schiacciati in posizioni che a suo dire, mi facevano assumere una posizione chiusa.

“Il tempo ci fa chiudere, l’età ci fa chiudere”

Il suo studio non è grande, un rettangolo ricavato in un appartamento divenuto studio/associazione dal nome indiano che condivide con uno psicologo e credo un’operatrice shatzu.

Si trova in un edificio fatto a ciambellone della nonna, di quelli che si cuocevano in quelle pentole fatte per l’appunto a ciambella e che potevano essere poggiati sul fornello dotato di spargi fiamma, quella retina nera che diventava luminosa e arancione al contatto della fiamma.

E’ un edificio, dicevo, nero, moderno, non proprio gradevole ma complice l’insegna di una farmacia e quella di un bar, a suo modo accogliente.

Si accede da una sorta di cortile e si sale al primo e unico piano attraverso 4 entrate la nord, la sud, la est e la ovest. Per aprire il portoncino a vetri si spinge un pulsantone giallo sotto al quale svetta la scritta PREMERE e SPINGERE. Quando ne riesco premo su un pulsantone gemello, ma dimentico sempre che uscendo devo tirare verso di me e invece spingo. Mi stupisco sempre di questa mia costante ottusità.

E’ l’unico neo del ritorno, perché quando me ne esco da quello studio in cui con gentile fermezza mi viene ricordato che ho più di sessant’anni e che ho da vigilare sulle posture sbagliate, mi sento sempre come rinata. Non solo per un benessere operativo grazie alle manovre del professionista.

Il benessere sta anche nel fatto che mi sono presa la responsabilità di avvertire un malessere e aver dedicato a questo attenzione, dignità e importanza, tempo, soldi.

Non è solo la seduta a farmi bene, è anche la preparazione ad esso, il decidere e mandare il messaggio whatsapp, attendere la risposta dei giorni e orari possibili da scegliere per fissare l’appuntamento. Il valutare a seconda della scelta quanto il mio malessere sia urgente, programmare quindi un permesso lavorativo se non un giorno di ferie da prendere per soddisfare la raccomandazione dell’osteopata: “ se puoi dopo la seduta osserva un tempo di relax, per godermi gli effetti e permettere al corpo di reagire e assestarsi alla nuova postura”.

Arrivare al giorno dell’appuntamento e partire in un tempo congruo – cosa inusuale per me- per evitare di arrivare in tensione, sovraccarica di un viaggio in auto, all’insegna della rabbia del traffico che mi rallenta. Arrivare dopo aver superato la porta e il bottoncione a fare le scale lentamente senza furia e davanti alla porta dello studio premere il campanello a cui segue lo scatto automatico dell’apri-porta. Sedermi in una delle sedie sempre libere disposte nella piccola saletta d’aspetto comune per tutti e tre gli studi. Decidere se fare una capatina nel bagnetto sempre pulito e profumato prima di essere ricevuta.

Sentire i bisbiglii incomprensibili dalle porte chiuse. Decidere sedendomi se cavar fuori dalla borsa il libro del momento o mettermi a fare un solitario allo smartphone. L’attesa è breve lo è sempre.

Quando entro dall’osteopata sono in uno stato che non esito a definire di grazia, è l’unica forma di terapia che ho scelto per me, lui ha la responsabilità del mio benessere a 360° e questo lui lo sa.

Ho smesso di fare analisi dall’ultima mia gravidanza, per il resto se accedo alle strutture mediche è solo in emergenza: cadute, ernia strozzata, e tutte quelle evenienze che inevitabilmente non posso risolvere con i miei metodi: riposo, fitoterapici, omeopatia, oli essenziali, urinoterapia.

In poche parole mi risparmio tutta la burocratica e spesso disumanizzata prassi della prevenzione.

Il motivo? E’ presto detto: ci sono persone che alla vista di una divisa si tranquillizzano, si sentono protette, tutelate, accolte. Per me è l’esatto opposto.

Tutti coloro che indossano divise, correlate di armi o bisturi e stetoscopio, mi rendono vigile, sospettosa, in una parola mi sento in pericolo.

Sia chiaro si fa presto a parlare di divisa, le divise sono anche quelle mentali e anche queste mi rendono inquieta. Sia chiaro sono conscia che anche questo mio pensiero-scelta è una divisa mentale, che si lega ad un’emozione precisa. La paura.

Ahimé come se non bastasse sono psicologicamente una evitante contro-dipendente ergo sono pure una rompipalle!

Ecco perché la mia seduta di osteopatia è ed ha un cerimoniale/rituale i cui confini terapici assumono una vastità di effetti, le cui origini affondano in un effetto placebo da stregone delle tribù più isolate dalla civiltà.

Ed è a questo potere a cui attingo a complemento dell’atto terapeutico.

Ora basta mi devo alzare, o schiaccerò il coccige!

….

Devo dire che è congruente con le mia scarsa capacità attentiva sto fatto di alzarmi abbastanza spesso con l’intento di non tenere troppo una postura errata che, come detto, mi chiude…e non mi apre al mondo aggiungo io!

Alterno quindi.

Esattamente come alterno le faccende domestiche, di norma ne inizio tre o quattro in modo che dedicarmi ad un’unica portandola a fine non mi annoi terribilmente.

Leggo più libri insieme, perché tuffarmi e passare da una realtà raccontata all’altra mi fa sentire il tutto come un mare unico.

Forse è per questo che non ho mai pensato di trovare in una persona sola ciò che potesse definirsi sintonia, la sintonia è da sempre costituita da una pluralità di persone.

Perchè oltre a posture sbagliate nella vita spesso abbiamo a che fare con attività che non ci sono per nulla o quasi gradite.

Magari ha dell’incredibile ma nonostante sia donna e pure madre non mi piace cucinare, scaricare la lavastoviglie così come caricarla, mi fa schifo mettere i panni sporchi non miei dentro la lavatrice, odio stendere il bucato e per fortuna da almeno un ventennio ho gettato l’asse e il ferro da stiro, bandendo l’attività dello stirare da casa mia.

A ciò aggiungo che non mi piace spazzare, spolverare, pulire il bagno e la cucina e soprattutto odio e mi fa schifo pulire il frigorifero.

Essendo madre e sottostando alla misteriosa regola a cui non mi sono mai sognata di aderire o contribuire volontariamente , che comunque nei fatti mi trovo a subire: secondo la quale i figli sono tali fino alla fine dei loro giorni e le madri in quanto tali hanno ‘sto compito dell’accudimento che si sostanzia anche nell’accollarsi le attività legate alla casa in cui li accogli. Come dire “Mi tocca!”

Ecco, tornando alla questione, l’alternanza di posture statiche con altre attività mi ha reso meno pesante le attività di cui sopra.

Prima per esempio ho lasciato la tastiera del pc e questa storia e sono andata a spazzare il terrazzo, poi ho monitorato le mie care piante e i miei bonsai sopravvissuti, per poi decidere se andare a fare la spesa o rimettermi a scrivere, il fatto che stia stendendo queste altre righe testimonia la scelta che ho operato.

Perchè anche fare la spesa è un’attività odiatissima.

Ma tornando al cerimoniale osteopatico. Quando entro nello studio è prassi l’elencazione dei disturbi e comunque in soldoni la descrizione del problema che sottostà al motivo dell’appuntamento. Parlo della schiena, del fatto che dormo sempre su un fianco quello sinistro, uso che mi proviene dalle gravidanze quando la ginecologa mi diceva che da questa posiziona dipendesse la buona circolazione di sangue nutriente nel cordone ombelicale.

Nel tempo il mio dormire su un fianco è diventato un must, devo addormentarmi così e spesso mi ci ritrovo.

La posizione del mio corpo nella geografia del letto matrimoniale ha sempre rappresentato anche lo stadio che vivevo  con il compagno di letto del momento. Con l’ultimo alla fine della relazione al risveglio mi trovavo non solo nel lato opposto a lui, ma a segnalare il confine e renderlo invalicabile, inspiegabilmente  ci trovavo  tutti i cuscini che facevano da testiera del letto che durante la notte…nel sonno, ammucchiavo .

All’osteopata parlo di come mi fanno sentire questi disturbi perché entrambi abbiamo una cultura emozionale e una serie di studi fatti che ci hanno dato certezza anche nell’esperienziale che indagare sull’emozione che accompagna un disturbo fisico è essenziale per la sua riduzione e annientamento. Non è raro che a seguito delle sue manovre, la risposta vagale, mi faccia scendere le lacrime dagli occhi. Questo per me oltre a non essere un caso è un segnale di guarigione che mi coglie preparata e grata.

E niente vado a fare la spesa, torno presto!