il counselor
1.COME È FATTO UN COUNSELOR
Prima di spiegare la funzione/competenza/formazione del counselor/counsellor.
Prima di parlare dal punto di vista normativo di quali norme disciplinano più o meno esaustivamente questa professione.
Prima di elencare la tipologia di AZIONE, OPERA, INTERVENTO che è demandata alla professionalità dei counselor
Vorrei iniziare a parlare di come è fatto un counselor.
Vi sono tipologie di professioni che mettono in atto una vera e propria coreografia estetica con l’evidente scopo di essere riconosciuti, di comunicare una serietà, congruità professionale in grado di tranquillizzare, conquistare la fiducia del cliente.
Sia chiaro nessun giudizio ognuno si apparecchi per la funzione e soprattutto nel modo che ritiene più opportuno.
L’importante però è che la coreografia sia sostenibile e sostenuta.
Quando dico “sostenibile e sostenuto” mi torna alla memoria mio padre. Iniziò a lavorare molto presto in quanto orfano di padre,prima come lavapiatti, poi barista per diventare Direttore.
Oggi la parola Direttore non fa poi tutta sta specie, ma negli anni ’60 ancora aveva il suo carisma.
Così, quando nacqui io, lo conobbi con la sua tenuta coreografica, da Direttore per l’appunto.
Lindo e profumato, sempre perfettamente rasato, i capelli adesi alla testa grazie ad una buona dose di brillantina, anello d’oro rosso con pietra di onice nera a difendere la fede matrimoniale al dito, mani curate lisce, con unghie in ordine e ancora: camicia inamidata, cravatta di pura seta, confezionata dall’artigiano del centro, completo doppio petto del sarto, calzettoni di cotone finissimo lunghi, sarebbe stata un’onta esporre gli orli di cotone e la striscia di carne pallida sopra le calzature di pelle lucidissime e rigorosamente firmate.
Mio padre era sempre e per prima cosa Il Direttore. Lo era nel verbale e nel non verbale, nella postura e nell’ outfit. Lo era quando aiutava mia madre a portare le sporte della spesa, quando portava fuori il cane, quando portava a passeggio la figlia piccola tenendola per mano, quando apparecchiava la tavola per Natale e riceveva i suoi familiari.
Restò Il Direttore, anche quando malato, col suo pigiama, la sua vestaglia e le immancabili pantofole in pelle, mi riceveva con i capelli spettinati dal cuscino.
Da adolescente ho odiato questo genitore Direttore, fino a che mi è stato raccontato dai suoi collaboratori e da adulta ho sperimentato io stessa come era fatto Il Direttore, mio padre.
Una persona di poche parole, che ascoltava con interesse e accoglieva come le spesse mura delle case antiche, le mura domestiche di una cucina di campagna riscaldata e illuminata dal fuoco: una sosta benefica per riprendere le forze: i problemi restano, le dure prove non saranno magicamente superate : è la percezione di te che ne esce arricchita/riscaldata/onorata
Ecco di cosa parlo quando la coreografia è sostenibile e sostenuta…Tutto il resto è vuoto!
Come sono fatti quindi i counselors ?
Sono donne e uomini, vestiti come ritengono più opportuno fare.
Occhi azzurri, verdi, castani.
Alti, bassi, grassi, magri come geneticamente son stati strutturati per non parlare dei capelli, della pelle….del ceppo etnico…e visto che ci siamo dell’albero genealogico!
Noi counselors siamo dannatamente uguali a tutto il resto dei nostri simili, a prescindere dal portamento e dal look .
Dunque è così!
Un ipotetico “cercatore” di counselors non saprebbe come distinguere nella folla l’oggetto della propria ricerca?
In realtà il counselor ha una caratteristica inconfondibile, molto grossa e come tutte le cose di dimensioni importanti, spesso non si nota perchè l’osservatore ci è già dentro completamente.
E’ la comprensione. Il comprendere l’animo e i sentimenti di una persona, rendendosi conto delle circostanze. L’interesse antropologico autentico e rispettoso, come si conviene di fronte alla materia umana, la stessa che ci compone, che si dipana intorno come fili serici e multicolore. Immobili per non rischiare di intricarne lo schema naturale.Lo sguardo rapito, il silenzio prolungato, l’ascolto!
Foglie dello stesso albero, dello stesso bosco, della stessa montagna… dello stesso pianeta
Siamo uguali a tutti gli altri. Le difficoltà sono state l’occasione e il carburante che ci ha fatto mettere in viaggio…

Ora sia chiaro potrebbe sembrare il ritratto poetico di una sorta di personaggio che ha vissuto una sorta di “chiamata”.
Sarebbe eccessivo! Diciamo che quando una persona decide che è venuto il momento di prendere in mano la propria vita, si accorge quasi subito che questo sarà un impegno e una responsabilità che non avrà fine, per fortuna aggiungo! Durante questo viaggio incontrerà suoi simili che staranno cercando di fare altrettanto. Un tempo ci radunavamo intorno al fuoco e a turno raccontavamo le nostre storie con la serena certezza che avremmo trovato ascolto e assenza di giudizio, nel corso della nostra “evoluzione” la parte cognitiva a cui quasi tutto è stato sacrificato ha appunto avuto la meglio…
Non ho intenzione di elencare ciò che abbiamo trascurato e che comunque bussa in noi e non smetterà mai di farlo, ognuno di noi lo sente, ognuno di noi reca le tracce fisiche di quella parte che chiama inascoltata! Così durante il viaggio ognuno con i suoi tempi e modi si accorge che gli manca quella serenità con cui condividevamo i nostri racconti: intorno al fuoco, un tavolo, in terra accomodati su cuscini morbidi, oppure in silenzio sulla spiaggia in attesa dell’alba, o del tramonto!
Il counselor condivide questo desiderio con i suoi compagni di viaggio!
2. COUNSELOR CHI???
C’è un altro aspetto importante che attiene alla figura del counselor, ma che è comune a tutte le figure professionali.
A prescindere da se e quanto sia normata, regolamentata, organizzata una professione, due sono le domande un professionista deve rispondere: 1) la competenza 2) lo scopo.
Vi sono professioni quali:
il naturopata
il counselor
il mediatore familiare
che esistono COMUNQUE nonostante le giornalate o gli articoli di blog da parte di altre professioni che le avversano, rispettivamente:
il medico
lo psicoterapeuta
l’avvocato
Mi interrogo su come sia possibile che competenze diverse debbano sprecare risorse ed energie per contendere quello, che sembra essere lo stesso osso. Dietro a quello che ho volutamente chiamato in modo terribilmente riduttivo OSSO, ci sono persone altri esseri umani uguali in tutto e per tutto a noi, se queste le contabilizzo, ecco che diventano un valore economico. Mi sto allontanando dallo scopo che per le professioni di cui sopra dovrebbe essere prioritario. Competenze così diverse che dovrebbero integrarsi, fondersi, per un obiettivo unico, la tutela della progressione umana.
Mossi solo dalla paura, dai nostri piccoli orticelli, ciechi alla visione d’insieme, competenze parcellizzate, inefficaci in assenza di una visione olistica. Affezionati all’idea ottusa e fallimentare che il nuovo è sempre da combattere, senza neanche essere sfiorati dall’idea che comunque il nuovo è la risposta ad un sistema di che ha fatto il suo tempo, che pur essendo stato fino a ieri la risposta soddisfaciente alla domanda evolutiva, oggi non lo è piu’. Ad ogni erba che nasce nel nostro orto occorre dare qualcosa di piu’ del semplice diserbante, in quanto comunque segnale dello stato del sistema “orto”. Senza poi contare che quella che a prima vista può apparire come erbaccia potrebbe essere una nuova pianta officinale. La paura ottenebra le menti, la paura indebolisce e spinge a sprecare risorse.
Se l’obiettivo e il convincimento sono solo frutto della paura: costruiremo apparati fatiscenti, fragili.
Le emozioni
Nel pomeriggio del 13 settembre 1848 vicino alla città di Cavendish, nella Contea di Windsor, il signor Gage stava inserendo una carica esplosiva in una roccia che bloccava il passaggio della linea ferroviaria in costruzione. Mentre compattava con il ferro da pigiatura la carica, questa esplose. La barra di ferro schizzò in aria e ricadendo attraversò il cranio del minatore, provocando un grave trauma cranico che interessò i lobi frontali del cervello. Gage cadde, ma già dopo pochi minuti si rialzo’ come nulla fosse senza avere neanche la percezione dell’entità dell’incidente . I presenti ai fatti raccontano di aver ritrovato l’asta metallica «imbrattata di sangue e cervello». Fu portato all’ospedale, dove oltre a suturare la ferita venne tenuto in osservazione. Dopo tre settimane era come se davvero nulla fosse accaduto, tranne per il suo comportamento, per il quale per chi lo conosceva sembrava un’altra persona. Divenne intrattabile, in preda ad alti e bassi, e incline alla blasfemia. Soprattutto per questi motivi, i vecchi datori di lavoro si rifiutarono di riprenderlo con sé. Ciononostante, egli trovò un nuovo lavoro come conducente di diligenze e visse altri 12 anni dopo l’incidente
Molti neurologi studiarono questo evento, portati a credere che l’incidente avesse causato a Gage l’enorme cambiamento nella sua personalità emotiva e relazionale.
Ricostruzione CGI del cranio lesionato di Gage
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Infatti la barra aveva leso la connessione tra i centri emozionali e quelli cognitivi, era stato danneggiata in modo irreparabile la connessione tra l’area limbica e la corteccia prefontale. Questo aveva fatto sì che- nonostante i primi rilevamenti secondo i quali l’area cognitiva di Gage era perfetta, anzi la funzionalità era migliorata, il q.i cresciuto- questi non fosse più in grado di effettuare valutazioni dei rischi delle sua azioni : per questo aveva assunto comportamenti socialmente disfunzionali, rovinando le relazioni con familiari e amici e dilapidando le sue risorse economiche. Gage era in grado di prendere decisoni logiche ma completamente private dal contesto emotivo. Questo a dimostrare che il nostro cervello svolge la propria funzione solo come frutto della sinergia delle diverse parti di cui si compone.
Nonostante la nostra società consideri l’emozione come un fatto marginale se non perturbante, ostacolo alla funzione pensante dell’uomo; la parte emotiva è la parte più complessa del cervello dell’uomo ed ha una collocazione ed una funzione ben precisa e di rilievo nel processo mentale La parte cognitiva ha una struttura molto più semplice, in realtà.
Questo come spunto di riflessione quando in tono di commiserazione confiniamo un collega, un parente, un amico, nell’area pietistica del “Povero, è tanto emotivo!!”
Perchè l’emotività è parte fattiva della nostra intelligenza.
Per questo parliamo di intelligenza emotiva, e di educazione emotiva.
L’ emozione è l’indicazione inascoltata che ci rende gli uomini performanti ma infelici della nostra quotidianità. La risposta, lo strumento di decodifica delle nostre istanze che spesso appaiono poco chiare anche a noi stessi sta proprio nell’emozione o nelle emozioni che la sostengono.
PAROLE PAROLE PAROLE
Quando parliamo, scambiamo frasi nel descrivere le nostre esperienze, dovremmo tener conto che ciò che esprimiamo è la rappresentazione del nostro modo di concepire la realtà. Due persone che parlano di una stessa cosa o evento, anche se con opinioni condivise, si esprimerà in modo assolutamente soggettivo, rispecchiando una percezione sensoriale eleborata, filtrata, rappresentata secondo la propria esperienza. Il linguaggio rappresenta uno degli elementi chiave con cui ciascuno di noi costruisce i propri modelli mentali del mondo. Le parole sono codici, simboli che raccontano la nostra struttura mentale, hanno potere d’impatto su di noi e sui nostri interlocutori. Inoltre il linguaggio non solo rivela le nostre percezione, ma può per questo suo potenziale “ magico”essere veicolo di processo di cambiamento. Ognuno di noi raccoglie informazioni dall’ambiente esterno attraverso i propri sensi. Tali informazioni vengono filtrate, elaborate e rappresentate in una mappa mentale. Solo successivamente utilizziamo il linguaggio per descrivere a noi stessi e agli altri questa nostra mappa mentale interna. Le parole danno il nome, codificano le nostre esperienze sensoriali di cui creiamo una rappresentazione linguistica. Un pò come mettere a posto un archivio mediante l’apposizione di targhette con numeri o nomi. Le parole sono per loro natura descrittive e quando le usiamo per raccontare un’esperienza non facciamo altro che etichettare attraverso di esse ciò che ci circonda o che proviamo. Le parole che utilizziamo, raccontano la realtà , la nostra realtà interna che non corrisponde alla realtà. Nel processo di traduzione della nostra mappa mentale nella sua rappresentazione linguistica, la realtà interna (la realtà soggettiva) passa attraverso 3 processi di impoverimento (la generalizzazione, la cancellazione, la distorsione) che hanno lo scopo di semplificarla, ma che ovviamente dà un prodotto diverso, limitato. Sia chiaro questi 3 processi sono un meccanismo funzionale alla gestione della realtà, ma hanno come effetto collaterale l’impoverimento, la deformazione dei contenuti dando origine ad una elaborazione della realtà . La realtà è troppo piena di particolari da poter trovare adeguata descrizione attraverso il linguaggio, ecco il motivo dei processi di generalizzazione, cancellazione, distorsione. Durante lo stesso viaggio i viaggiatori torneranno con racconti decisamente diversi, racconti veri per chi li ha eleaborati ed espressi, tutte realtà parziali adattate per essere accolte e integrate nella nostra personale mappa mentale. In modo da confermarla.

…PRINCIPI E PRINCIPESSE”
Primo PRINCIPIO
Rispetto e Attenzione.
Non danneggiare. Nella certezza che con tutta l’attenzione del mondo danneggerai comunque.
Secondo PRINCIPIO
Esplora strade nuove
Non calcare le stesse strade. Non conservare quello che appartiene alle vecchie strade. Il ricordo del pregresso sarà una calamita che ti riporterà in cammini che costeggiano le vie che hai licenziato in quanto disfunzionali
Terzo PRINCIPIO
Porta oro con te, così potrai crearne altro.
Non Cercare Oro in macelleria e non pensare di trasformarne merce in metallo nobile.
Quarto PRINCIPIO
Dormi quando il corpo lo chiede, svegliati per lo stesso motivo: in ossequio al ritmo interno, non a quello esterno/ambientale.
Quinto PRINCIPIO
Ogni cosa ha un tempo. Per nascere crescere evolvere e spegnersi per poi ancora nascere crescere evolversi. Cercare di saltare i passaggi non ha mai accelerato un evento, anzi lo ha ostacolato.
Sesto PRINCIPIO
Orientati verso l'adeguato: cioè impegnativo e difficile.
Quando non sai da dove cominciare parti dalla scelta più ostica. Dal sentiero più erto, dalla richiesta più imbarazzante, dalla questione rimandata in quanto spinosa. Più grande ed inedito sarà lo sforzo più incredibile sarà il risultato e il beneficio in termini di crescita.
Settimo PRINCIPIO
Se sbagli. Prenditene la responsabilità e perdonati. Niente scuse non sei giustificato a ripetere l'errore.
Ottavo PRINCIPIO
Sarai all'altezza solo nell'aver ossequiato e onorato autenticamente te stesso. Dimostrare agli altri di essere all'altezza è spreco di energie preziose. Attività sterile ed oltremodo inutile.
Nono PRINCIPIO
Chiediti prima di ogni azione, oppure nel caos di pensieri circolari:
Decimo PRINCIPIO
Sintonizzati prima di iniziare la giornata o la nuova avventura.
Scegli il tuo rito, il tuo esercizio, la tua modalità.
Medita, fa esercizio fisico, canta,balla, recita, leggi, declama!