Mi guardo intorno. Respiro. I sensi sintonizzati in questo tempo. Concentrata. I piedi saldi in questo
pezzo di territorio. Osservo. Vedo. Ascolto. Talvolta mi imbatto in strategie di non comunicazione, o
di comunicazione “distratta”, talvolta”ostile”. Strategie così fantasiose e creative da farmi sorridere, fino a ridere, senza pudore.
Vi sono giorni in cui, già nell’uscire in strada, preda di un riflesso condizionato da abbonato alla
stagione teatrale della Pergola, mi trovo a cercare con gli occhi , invano, il bigliettaio, o il personale
al box informazioni a cui chiedere a quando la replica della performance a cui sto assistendo.
Poi mi adeguo: sto assistendo al quotidiano, a quella che viene da alcuni nominata: realtà.
Mi solleva il fatto che almeno lo spettacolo che mi si para di fronte è del tutto gratuito e sempre diverso. Non è poca cosa.
Fantastico sul tipo di coreutica che potrei cogliere dall’alto se fossi dotata di ali. Forse è questo il
motivo del folto numero di piccioni e corvi, arricchiti ultimamente dai gabbiani, che ci osservano
dai cieli cittadini. Anche loro osservano lo spettacolo!
Mi stupisco ad interagire sempre di più con persone anziane. Immagino sia per il fatto che sono
poco inquinate dall’era digitale, ancora radicati all’uso di una comunicazione utile anche a
raccontarsi.
L’interazione con le fasce di età più giovani è sempre più sposata all’effetto scotoma. “Non parlo e se parlo,non ti vedo (sei una macchia nera) non ascolto (chi non vedo)…quindi non comunico”.
Metterò nell’elenco più per dovere di cronaca che per altro scopo, l’aspetto patologico della
comunicazione digitale che pertanto dilaga e impera: Ho visto madri con figli piangenti attaccati
alla gonna, immortalare in foto l’evento e condividerlo, per poi prestare attenzioni all’ “oggetto”della condivisione.
Ho visto persone parlare con l’auricolare bippante, lo sguardo nel nulla, mentre attraversavano la strada senza curarsi del traffico. A questa accosto la categoria di coloro che per alterne vicende della vita hanno scelto o meno di non avere figli o famiglia, sostituendoli con cani da portare in borsa, gatti da parcheggiare come centro tavola, conigli con le saloppette, pappagallini inseparabili da portare sulla spalla, furetti da condurre al guinzaglio, maiali da infiocchettare, anaconde da portare… a sciarpa!
Così da un lato ci siamo anchilosati probabilmente nell’inconscio tentativo di accelerare il
raggiungimento del traguardo già ipotizzato da Gaber nella sua canzone “Quello che perde i pezzi”
cito…”Perdo i pezzi ma non è per colpa mia
se una cosa non la usi non funziona
ma che vuoto se un ginocchio ti va via
che tristezza se un’ascella ti abbandona…”
e conclude: “Come tutti perdo i pezzi piano piano
c’è di buono che ragiono molto bene
ora ci ho praticamente un gran testone
e un testicolo per la riproduzione.”
Così in attesa della perdita di ginocchia chiappe e ascelle e il raggiungimento dell’obiettivo di cui
sopra, mi dedico ad un esperimento che ha intenzione di mettere insieme quel che ancora c’è…