Avete fatto caso come sia stereotipato lo scambio iniziale tra due persone che si incontrano?.
Di norma si procede con un saluto ed un domanda convenzionali “Come Stai?” a cui si risponde con altre frasi stereotipo, tipo : “Bene!!!” oppure “Non c’è male”
Di norma nelle relazioni sociali a domanda- modello si risponde con un altro modello.
Un automatismo che ha una funzione precisa alle nostre latitudini sociali ed affettive : un meccanismo che arricchisce la maschera superficiale e non altera lo status quo interiore.
Certo che, quando il nostro stato è turbato da un evento, da una prova che modifica il nostro stato è difficile interrompere il meccanismo di cui sopra, anche perché i primi a non accorgersi della esigenza di approfondire ed esprimere il proprio stato emozionale siamo noi stessi.
Il primo grande ostacolo che incontriamo quando dobbiamo parlare di ciò che sentiamo, di quelle che sono le emozioni che “ci agicono”: è l’assenza di parole per comunicarlo.
Quando siamo arrabbiati, quando siamo tristi è difficile rompere lo schema. Alzare la mano in mezzo agli altri “interpreti della nostra quotidianità” e trovar parole efficaci per esprimere il nostro stato: Chiedere la parola e farci ascoltare! Tacitare il brusio interiore, la bagarre di pensieri circolari che usurano le nostre energie. Tacitare amici, affetti che, in buona fede, cercano di darci le loro visioni, interpretazioni, soluzioni che non servono in quanto le loro questioni non sono le nostre! I loro modi per affrontarle non sono i nostri!
Questa è la funzione del counselor. Fare spazio, silenzio e rispettosamente accogliere chi desidera alzare la mano e parlare per essere ascoltato!