La questione del blog

 

(OTTO)

L’incontro con il blog, come con il diario, esercita la determinazione, attraverso l’abitudine al rito, che per sua natura ha un effetto caldo, rassicurante e gratificante.

Piccola disgressione, il blog è mio e faccio quel che mi pare!!!!

L’uomo moderno si è ribellato al “rito tribale “, un pò come il figlio fisiologicamente nei confronti dell’ autorità genitoriale, cercando di conquistare la propria libertà, emancipazione.

Nella realtà dei fatti, lo ha semplicemente riproposto sotto mentite spoglie, sostituendolo con comportamenti comunque ritualizzati, ripetitivi.

In un processo analogo al rapporto figlio-genitore/autorità: cassando quelle regole individuate, riconosciute e processate come inadeguate, la società moderna, ripropone comunque inconsapevolmente quei comportamenti, quelle regole che saranno passate indistrurbate dal filtro della coscienza, così, integrati nel tessuto etico e comportamentale da non percepirne il contenuto.

Il rito ha a che fare con la magia, che nelle società tribali era nelle mani dello stregone, dello sciamano. Definibile come un qualsiasi comportamento standardizzato, ripetitivo, indirizzato ad influenzare le vicende umane, nella certezza dell’appartenenza-integrazione, del riconoscimento sociale.
Il fatto è che l’esigenza di sentirsi accettato, integrato, riconosciuto da un contesto sociale resta uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano (A. Maslow docet) illusione pensare che la ritualità sia mero patrimonio della religione o del soprannaturale, del trascendente.

Nelle nostre società ipercivilizzate nulla è in sostanza cambiato, anzi abbiamo sostituito all’antica tendenza a considerare gli oggetti come esseri magici, dotati di poteri e sensibilità, ai quali ci rivolgevamo per ottenere benefici o viceversa per vendicare soprusi e scaricare frustrazioni, con una incontenibile fame di gratificazioni, di riconoscimenti che -in assenza di relazioni umane soddisfacenti – cerchiamo di soddisfare con tutto quello che possiamo accaparrarci, senza successo: una sorta di buco nero incolmabile che inghiotte ogni nostro investimento materiale.

Così l’uomo moderno rifiutando la ritualità di cui era depositario lo sciamano, lo stregone, il sacerdote, incontra l’ansia e l’ansia conduce a vere e proprie compulsioni, in cui vengono ritualizzati all’eccesso comportamenti che hanno lo scopo di alleviare l’angoscia.  Rituali compulsivi, appunto, per fronteggiare quello stato di inquietudine, di turbamento, di paura che ci invade  come l’acqua di un fiume in piena  .
Ognuno di noi conosce alcuni di questi momenti “di crisi”: quelli in cui ripetiamo azioni già prodotte quali: controllare più volte e a poca distanza di tempo di aver spento la luce, il gas, aver chiuso la porta di casa a chiave.  Il riordinare, controllare. A questo si aggiunge una nuova forma di compulsione che riguarda il bisogno incontrollabile di acquistare oggetti, abiti e quant’altro non sia necessario alla persona, e che serve apparentemente a scaricare ansia e insoddisfazione, “lo shopping compulsivo”. Manie a carico di oggetti, status simbol, mode, “must”!

Nel tentativo di assicurarci la protezione e il calore degli altri nostri simili, produciamo solo comportamenti che producono l’effetto opposto: distanza e allontanamento sociale.

Chiusi nei nostri cubi di cemento e di metallo, interagiamo col mondo con manovre virtuali insoddisfacenti.

segue