La questione del blog
(CINQUE)
Così abituati a ricevere input dall’esterno, così addomesticati ai compiti e ai doveri imposti dall’ambiente circostante: siete riusciti ad autoalimentare una scintilla, una luce, un qualcosa tutto da costruire, che dipende unicamente da voi e del quale siete responsabili.
Ancora non è chiaro l’obiettivo principe, ma i primi passi sono già stati mossi.
Ecco perchè ci sentiamo soddisfatti, la sensazione che avvertiamo nel plesso solare è quella di pienezza conosciuta nei giorni migliori. A volte ci sentiamo così carichi da mal trattenere il bisogno di tornare a riempire di parole il nostro blog , arricchirlo con il ritrovato flusso di pensieri. Ma il tempo dedicato è finito, ci siamo dati una regola e nessun altro, se non noi stessi, vigilerà sull’applicazione delle stesse. Proprio per questo prenderemo seriamente il limite imposto. Rimanderemo al giorno dopo. anche con la paura di dimenticare o non ritrovare la stessa miniera di parole.
In seguito la rilettura. Attraverso lo strumento della lettura propositiva ci alleneremo a leggerci con leggerezza, senza aspettative,con certo distacco.
Ho già parlato dell’esercizio del guardare uno stereogramma, e di come per scoprire l’immagine tridimensionale nascosta ci alleniamo a “sfocare” la vista: come soprappensiero. Questa è la prima modalità, il primo strumento da utilizzare. Mi riporta alla memoria Wertheimer che con i suoi esperimenti con le scimmie aveva postulato che per risolvere un problema formiamo tipologie di pensiero “produttive” che, partendo da un problema, producono spesso una struttura nuova che può essere d’aiuto, se non essere di per sé, la soluzione. Così come se dovessimo risolvere un problema generato da una perturbativa del quotidiano, anche di fronte ai nostri scritti li osserveremo liberamente, a mente aperta, con una visione complessiva, cercando di capire fino in fondo, di renderci conto, di mettere in evidenza la relazione interna che esistono giungendo, nei casi migliori, alle radici della situazione, rendendoli più chiari e quindi più accessibili.
Dovremmo poi registrare il risultato delle nostre osservazioni, nel modo più sintetico possibile: una parola, una frase.
Dopo il tempo lieve e possibilista in cui abbiamo volato intorno ai nostri articoli. Entreremo un pò più dentro ai contenuti.
Dopo un tempo ragionevole e personale talvolta, un contenuto parrà estraneo o confermato . Ci colpirà l’emozione che ci ha sostenuti, portati, ostacolati, limitati, e sarà tutto lì a portata di mano, a portata di click. Capita di compiacersi, criticarsi. Ma la parte importante del blog, esattamente come il diario quotidiano, è che più ci abituiamo al gesto, all’incontro con sè stessi e più lo ritualizziamo e ce lo cuciamo addosso con cura sartoriale, rendendolo un luogo personale, una sorta di zona confortevole dove ci ritroviamo con i propri bisogni.
Parti di noi si alterneranno attraverso quei brani scritti. Tutti portatori di bisogni identici? Ma descritti in modo diverso? Oppure bisogni diversi descritti in termini consueti. Cosa trarremo da questa ripetitività? Come ci troverà il vederci cambiati/e o piuttosto ferme/i nei propositi e intendimenti? Insomma cosa proveremo per quell’altra/o me, diverso/a da me, in quanto occupante un tempo e uno spazio diversi di quello di oggi, qui in questo momento?Potremo anche emozionarci di fronte a quelle frasi così ricche di sensazioni descrittive e di istanze sostenute da emozioni vibranti o raggelanti. Siamo sempre noi, non abbiamo mai cessato di esserlo. Ma ogni scritto celerà una funzione, uno strumento, visivo, tattile, olfattivo, uditivo, creativo, che ha dignità e per tale motivo andrà portato agli onori della ribalta.
Noooooo? Non funziona? Non vi piace ciò che leggete? Non vi piace quello che sentite nei confronti dell’altra/o da voi? Oppure non sentite, non provate niente?
Nulla vi colpisce se non l’inutilità dello strumento. Ottimo!
Ricordiamo un attimo perchè stiamo facendo tutto questo?
segue