Non so se è dovuto alla vecchiaia. Ma sto ingentilendomi…beh non esageriamo. Diciamo che comincio a provare un tenue – almeno per ora- piacere nell’onorare i riti sociali.

Parlo di quelli più basic, che magari per l’essere umano normo sociale risulta essere il pacchetto base della educazione. Per me è un mondo vergine che non conosco.

Soprattutto non ho mai sospettato che da questo se ne potesse trarre una benchè minima sensazione.

Così ieri mi sono ritrovata con addosso una istanza per me davvero nuova.

La coppia dei condomini del piano sotto al mio hanno avuto un figlio.

Lo testimoniava il fiocco azzurro unito al palloncino riempito di elio che a dire il vero all’inizio mi aveva fatto paura. Vedendone l’ondeggiamento nell’ombra dell’androne mi era sembrato una minaccia. Invece era appunto una sorta di cicogna stilizzata che mi stava fissando tremula e lucida.

Una voce dentro di me, mi ha suggerito di portare loro qualcosa, omaggiarli, così come per dire:”Bene, mi unisco al vostro momento felice!” ho risposto a questa voce sorpresa. Era come se anni di conflitto con le regole del civile vivere di cui mi appestavano mamma e babbo, si fossero affacciate dalla mia memoria e si fossero intrufolare nel mio presente. Non sarebbe stata la prima volta che ci provavano. Ma con rabbia di norma le ricacciavo violentemente da dove erano emerse. Magari urlando loro “tornate nel vostro letamaio, cazzo!”

Stavolta la voce, è diventato pensiero, poi domanda, poi azione. Sono passata dall’erborista e ho posto la domanda e anche la fascia di prezzo.

Ho portato il mio omaggio rituale presa dalla stessa emozione che scaturisce da quegli eventi nuovi che ci capitano o che facciamo capitare.

Ho teso al nuovo padre che mi ha aperto alla porta, la busta di carta con il fiocco dell’erboristeria. Me ne sono poi andata subito. Ma e’ stato come se qualcosa fosse venuto via con me.

Lo so sono Autoreferenziale in tutto. Quindi che anche questa percezione ne è ulteriore frutto. Sono salita in ascensore e sono entrata nel mio appartamento con un’ altra parte di me. Una inesplorata che mi ha fatto piacere conoscere. Una parte di norma silente, che è quella collettiva, quella di appartenenza.

La stessa che ha dato le chiavi alla vicina che il compagno aveva lasciato infilate alla serratura, la stessa che ha ospitato in ascensore l’inquilina albanese del 5 piano che di norma le sta sulle palle perché lei e tutta la famiglia hanno paura dei miei cani…Ho parlato e agito con loro come chi pensa che queste faccian parte del proprio mondo. Per me è cosa nuova.

La mia teoria è che le idee vanno vissute prima di essere declinate, forse sta succedendo questo?

Oppure la vecchia borbottante polemica si sta addolcendo?

E se così fosse sarebbe davvero così male?

I cambiamenti talvolta sono visti con sospetto e incidentalmente se ne sospetta una debolezza. Come posso quindi io essere autentica quando cerco e facilito il cambiamento negli altri e quando lo vedo in me lo tratto con la stessa paura di debolezza che leggo negli occhi di chi ascolta le mie parole?

Come posso pensare che tutto ciò che si distacca dalla costante ripetizione atavica di gesti sicuri , non sia invece da trattarsi come una sfolgorante illuminazione, o per chi crede in una inaspettata benedizione.

Siamo così sintonizzati sul dolore, la tragedia e quando va bene la lamentazione quotidiana che se ci fate caso con l’età , il collo si piega formando un piccolo spesso arco a guisa di collottola. Io la chiamo la postura del CORDOGLIO. L’abbiamo tutti e io non sono eccezione. Tante chiacchiere ma quando non le fai tue, non le mangi come diceva Gaber e le integri nell’economia del tuo corpo, restan solo parole.

Con quali parole condividiamo una belle notizia . Quanta poca abitudine. Quanto poco linguaggio emotivo. A volte provo a fare un elenco dei sinonimi della gioia e i mille nomi della tristezza. Soprattutto le gradazioni sono meno ricche. Un tempo scrivevo che la tristezza è umida e fredda. Ma non ho mai contrapposto il fatto che l’allegria fosse secca e calda, sì ci sono altri attributi, ma non così fisici. Di sicuro ce ne sono. Ma nei numeri sembra ci siamo specializzati sulle mille sfumature dello STARE MALE.

L’altra sera sono andata a cena da una vecchia amica, una delle poche che ha resistito agli uragani della mia vita e io ai suoi. Quando siamo vecchie amiche, pensiamo di conoscere tutto l’una dell’altra, un po’ come negli amplessi sessuali con il compagno/la compagna di vecchia data. Non c’è nulla lasciato alla sorpresa, una volta ho letto che tale tipologia di sesso è come andare in ascensore sai sempre quale piano devi e bottone schiacciare sulla tastiera per dove vuoi arrivare. Boh, oggi mentre lo scrivo forse non è più così vero! Comunque l’amicizia è davvero altra cosa, devo ricredermi e nel farlo ne sono felice,. Ci siamo riviste dopo circa un mese, questa è ormai la cadenza.

Dopo il reciproco ragguaglio sul tempo metereologico e lo stato di salute reciproco e dei parenti stretti. In modo sorprendente, ci siamo trovate a parlare di libri, dapprima in senso estetico. Sì estetico, di come sia bello avere una libreria piena di libri o che piano piano diventa sempre più straripante di libri. Quanto sia bello progettare nuovi spazi per ospitarli, comprare nuovi mobili o scaffali per poterli collocare. La coreografia nella sua migliore accezione culturale.

Poi siamo passate a scambiarci le storie dietro alla lettura di ogni storia, abbiamo recitato i libri che possedevamo dei vari autori. Il tutto con un ritmo e un tempo che l’altra sera non mi hanno fatto registrare né la sedia sfondata su cui mal assumevo una posizione comoda, né il tempo che scorreva. E il rendercene reciprocamente conto è stato motivo di vera gioia.

Ripeto sempre “Stai nel momento amplia il bel sentire quando le esperienze sono belle”

Mi sono addormentata soddisfatta, stanca ma davvero soddisfatta. Il viaggio di ritorno era stato privato della melefica vocetta che di norma mi raccomanda la prossima volta di starmene a casa perchè fuori da casa, fuori da me tutto è immoto, ridondante.